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Le aziende all’epoca del Coronavirus

In piena emergenza, l’attuale quadro frammentario non fa che evidenziare ulteriormente la mancanza di una cultura industriale nel Paese.


In questi giorni di necessaria e ovvia frenesia legislativa occorre che Governo e soprattutto organizzazioni imprenditoriali e ordini professionali individuino correttamente gli strumenti di cui necessitano tutte le aziende italiane di qualunque comparto. Come più volte ribadito anche da queste pagine, un Paese che ambisce a mantenere il proprio posto tra i più industrializzati non può fare a meno di una legislazione e una cultura legislativa per le imprese. Ne è un chiaro esempio recente la bozza dei regolamenti dell’OCRI, più attenta alla remunerazione dei suoi componenti e a procurare introiti al comparto che gestisce l’istituto, che non al contenimento dei costi di una procedura che, così come è strutturata, verrà evitata come il coronavirus (per restare in tema) a favore di soluzioni tradizionali preventive (piano attestato, accordo di ristrutturazione dei debiti) che si presentano meno onerose e più sicure della composizione assistita della crisi.
Ne è un chiaro esempio la proroga al 15.02.2021 delle segnalazioni interne ed esterne che costituiscono il c.d. “sistema di allerta”; qualunque addetto ai lavori comprende che tale data, a cavallo tra la chiusura dell’esercizio 2020 e le assemblee di approvazione dei bilanci relativi, è quanto meno inopportuna per non dire inutile. Un’altra riflessione deve arrivare spontanea: che esercizio sarà per le aziende italiane il 2020? La vera, unica soluzione, da concertare anche con la Banca Centrale Europea è concedere a tutte le aziende una moratoria di almeno 18 mesi sui prestiti in essere, abbinata a uno stand still degli affidamenti attuali e alla concessione di prestiti a tasso simbolico, con preammortamento sulle rate di capitale di almeno 18 mesi e divieto alle banche di utilizzo dei capitali erogati a rientro dei precedenti affidamenti.
Su questi argomenti abbiamo precedenti su cui rifarci, anche appoggiati negli scorsi anni dalla Regione Lombardia (es. il prodotto “Confiducia”, seppur poi gestito male). Tale questione avverrebbe a costi bassissimi per lo Stato e la collettività, visti i tassi di interesse negativi, e nessuna conseguenza sui conti economici delle banche che continueranno a incassare la componente interessi, ma deve essere corroborata e accompagnata da una forte precisa e decisa presa di posizione politica a livello europeo. Occorre, infatti, che la politica e la BCE assicuri al mondo creditizio e imprenditoriale che il mantenimento di affidamenti, le moratorie e le modalità di erogazione restino fuori dagli stress test bancari delle trojke della BCE e soprattutto restino estranei alle linee guida EBA sulla gestione mediante indagini, garanzie accessorie, accantonamenti e svalutazioni delle c.d. non-performing and forborne exposures.
Tale modus operandi creerebbe una rigenerazione del clima di fiducia imprenditoriale e, oltretutto, scoraggerebbe il ricorso allo spostamento dell’indebitamento dal sistema creditizio al sistema Paese perché le aziende in crisi, pur di mantenere vivi affidamenti e prestiti, potrebbero essere tentate, come avvenuto nel recente passato, a evitare i versamenti di IVA, imposte e contributi.
Meglio pensarci per tempo e il tempo sta scadendo.

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